La mia salute

Vivere più a lungo con l'HIV

Negli ultimi due decenni sono stati fatti importanti passi in avanti nella gestione dell'HIV. I progressi fatti nel trattamento della malattia hanno permesso una riduzione della carica virale a livelli non rilevabili nella maggior parte dei pazienti che assumono i farmaci. Ciò significa che la probabilità di trasmissione dell'HIV si riduce e che di conseguenza l'individuo ne trae beneficio. In realtà in molti casi, iniziare precocemente il trattamento, permette ai pazienti di vivere più a lungo, con un'aspettativa di vita simile alla popolazione generale. Oggi in tutta Europa fra le persone affette da HIV circa un adulto su tre ha un'età pari o superiore a 50 anni.

Che cosa significa Andare oltre una carica virale rilevabile?

L’aumento dell’aspettativa di vita dei pazienti con HIV ha cambiato l’approccio del personale sanitario nella gestione a lungo termine della malattia. Questo per garantire che le persone affette da HIV possano ridurre al minimo il rischio di sviluppare altre malattie come effetto collaterale dell'infezione, le comorbidità. In Europa, l'età media di diagnosi è 38 anni per gli uomini e 34 per le donne; ciò significa assumere il trattamento antiretrovirale per trenta o quarant’anni.

Ecco perché una corretta gestione dell'HIV deve ‘andare oltre’ il raggiungimento di una carica virale non rilevabile e un'alta conta dei CD4. Andare oltre una carica virale rilevabile significa migliorare la salute a lungo termine delle persone affette da HIV riducendo il rischio di comorbidità come malattie cardiache, alcuni tipi di tumore, osteoporosi, disturbi del fegato, dei reni e del cervello. La ricerca dimostra che queste malattie hanno maggiori probabilità di colpire le persone affette da HIV e in una fase più precoce rispetto alla popolazione generale.

Come posso gestire la mia salute a lungo termine?

Comprendere il proprio profilo di rischio e come ridurre al minimo le comorbidità può influire in maniera importante nella gestione della propria salute a lungo termine. Le informazioni fornite su questo sito sono state sviluppate insieme a un gruppo di esperti di HIV, per aiutare i pazienti in questo percorso, con il supporto del personale sanitario.

IL VOLTO DELL’ HIV IN ITALIA

STUDIO ICONA

Dal 1997 è stato avviato in Italia uno studio che analizza i pazienti con HIV presenti nel nostro Paese. I risultati scientifici conseguiti da ICONA hanno confermato la leadership scientifica della Coorte per la numerosità e la tipologia delle persone sieropositive (oltre 10.000 pazienti naïve all’inizio dell’osservazione), per la lunghezza del periodo di osservazione (18 anni – dal 1997 al 2015); per la produzione scientifica (ex. 185 pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali e 200 abstract a congressi internazionali) e per la considerazione della persona sieropositiva nella sua globalità (lo studio valuta anche gli aspetti legati al vissuto della persona sieropositiva e l’ambiente con il quale interagisce).
Dallo studio emerge che nelle persone di origine non italiana presenti nel nostro Paese l’impatto di HIV è sempre più importante. La prevalenza di nuove diagnosi nei non italiani, infatti, è superiore al 20% del totale.
Dal 1997 al 2015 lo studio ICONA ha coinvolto un numero cospicuo e costante di oltre 1.000 pazienti per anno, (circa un quarto del totale delle nuove infezioni da HIV annuali, come rilevato dai dati COA) cosa che ha permesso di ottenere informazioni su tutte le variabili che possono influenzare una risposta ottimale alla terapia e la gestione delle comorbilità.

Dal punto di vista geografico, Lazio e Lombardia si confermano le regioni più colpite. Tra le modalità di trasmissione, nelle nuove diagnosi aumenta costantemente il ruolo della trasmissione omosessuale e bisessuale maschile, che ha raggiunto il 46% nel periodo di arruolamento 2012-2015.
In questo triennio le nuove infezioni hanno riguardato la popolazione ultrasessantenne per il 18.6%, con un aumento rispetto agli anni passati e con un importante riflesso sulle scelte terapeutiche e sulla gestione dei pazienti, soprattutto in presenza di comorbilità.

Infine i dati sulle abitudini dei pazienti mostrano una frequenza elevata di fumatori(41.9% uomini e 28.2% donne).[1]

 

EPIDEMIOLOGIA

Oggi si stima che nel nostro Paese circa 120mila persone convivano con una diagnosi di HIV/AIDS, di cui circa il 15-20% non è consapevole della propria sieropositività, mentre vi sono 23mila persone viventi con diagnosi di AIDS.[2]

Sorveglianza delle infezioni da HIV[3]
La sorveglianza delle nuove diagnosi di infezione da Hiv riporta i dati relativi alle persone che risultano positive al test Hiv per la prima volta. I dati riferiti da questo sistema di sorveglianza indicano che nel 2014 sono stati diagnosticati 6,1 nuovi casi di Hiv positività ogni 100.000 residenti. L’incidenza più elevata è stata registrata nel Lazio, in Lombardia ed in Emilia-Romagna.

Le persone che hanno scoperto di essere Hiv positive nel 2014 sono maschi nel 79,6% dei casi. L’età mediana è di 39 anni per i maschi e 36 anni per le femmine.

Nel 2014 continua a crescere la quota di nuove diagnosi attribuibili a rapporti sessuali non protetti che costituiscono l’84,1% di tutte le segnalazioni (eterosessuali 43,6%; men who have sex with men, Msm 40,9%). Inoltre, il 27,1% delle persone diagnosticate come Hiv positive è di nazionalità straniera. L’incidenza è di 4,7 nuovi casi di Hiv per 100.000 italiani residenti e 19,2 nuovi casi di infezione da Hiv per 100.000 stranieri residenti. Tra gli stranieri, l’incidenza dell’Hiv è più elevata in Lazio, Campania, Molise e Sicilia. Tra gli stranieri, la quota maggiore di casi è costituita da eterosessuali donne e eterosessuali maschi mentre tra gli italiani da Msm, che costituiscono quasi la metà delle nuove diagnosi tra gli italiani. Nel 2014 oltre la metà dei casi segnalati con una nuova diagnosi di Hiv era già in fase avanzata di malattia: il 53,4% è stato diagnosticato con un numero di linfociti CD4 inferiore a 350 cell/μL.

Nel 2014 il 26,4% delle persone con una nuova diagnosi di infezione da Hiv ha eseguito il test per la presenza di sintomi che facevano sospettare un’infezione da Hiv o l’Aids, il 21,6% in seguito a un comportamento a rischio non specificato e il 2,7% per controlli specialistici legati alla riproduzione sia nella donna che nel partner.

 

Sorveglianza dell’AIDS

La sorveglianza dell’Aids, riporta i dati delle persone con una nuova diagnosi di Aids. Dall’inizio dell’epidemia, nel 1982, a oggi sono stati segnalati oltre 67.000 casi di Aids, di cui circa 43 mila deceduti. Nel 2014 l’incidenza è stata di 1,4 casi per 100.000 residenti.

È diminuita negli ultimi dieci anni la proporzione di persone che alla diagnosi di Aids presentano un’infezione fungina, mentre è aumentata la quota di pazienti che presentano un’infezione virale o un tumore.

Nel 2014 poco meno di un quarto delle persone diagnosticate con Aids ha eseguito una terapia antiretrovirale prima della diagnosi. Il fattore principale che determina la probabilità di avere eseguito una terapia antiretrovirale prima della diagnosi è la consapevolezza della propria sieropositività: tra il 2006 e il 2014 è aumentata la quota di persone che è arrivata allo stadio di Aids ignorando la propria sieropositività. Nel 2014 questa proporzione è del 71,5%.

 

COMORBIDITA’

L’importanza delle comorbidità associate all’HIV è stato analizzato anche dallo Studio ICONA (13.936 pazienti) dal quale emerge l’impatto delle polipatologie nelle diverse fasce di età nei soggetti naive (Figura 2) e ancor di più nei pazienti in terapia (Figura 3).

Figura2



Figura3


[1] 2nd Intercohort Meeting “Face to Face HIV and Coinfections”, promosso da Fondazione ICONA per i ricercatori italiani e delle principali coorti europee che arruolano pazienti con HIV e coinfezioni. Il report è aggiornato al 2015 e include 13.936 pazienti.

[2] Dati emersi alla 20th International AIDS Conference, Melbourne, Australia. 20-25 luglio 2014.

[3] Centro operativo Aids (Coa) – ISS- Dati aggiornati al 31 dicembre 2014